L’inizio del secondo millennio era carico di promesse. Viaggiavo per il mondo, partecipando a congressi e seminari. Eravamo tutti entusiasti di imparare e condividere le nostre esperienze nel nuovo mondo cinofilo che si opponeva all’uso della coercizione. Quell’anno mi iscrivo a un congresso internazionale a Bruges, in Belgio. Uno dei relatori è Patricia McConnel. Avevo letto il suo libro “Dall’altra parte del guinzaglio”, ed ero impaziente di vederla sul palco. La sua conferenza prevedeva una parte teorica, e una pratica. A volte le parole ti incantano, ma è solo nella pratica che assumono forma e consistenza. Avevo apprezzato il suo libro, soprattutto nel confronto scientifico tra la comunicazione sociale nelle grandi scimmie, uomo compreso, e i cani. In quegli anni stavo analizzando le posture laterali dei cani, ed era interessante confrontarle con l’attitudine in scimmie e umani a un contatto frontale-frontale.

Ed eccola lì, sul palco. L’argomento è la riabilitazione di un cane aggressivo.
E’ sul palco con un pastore svizzero bianco, e il proprietario del cane. Un altro cane viene portato al guinzaglio vicino al palco. Il cane problematico è il pastore svizzero.
Patricia prende il guinzaglio del pastore, prende un boccone, porta la mano con il boccone davanti al proprio viso, e inizia a ripetere al cane “Watch me! Watch me! Watch me!” (“Guardami! Guardami! Guardami!”). Io sono basita. Non so cosa pensare, ma di sicuro non mi piace. E’ vero, siamo scimmie. E lì, su quel palco, un umano-scimmia sta dicendo a un cane di guardarla in faccia, in cambio di cibo. Sono due mondi che si scontrano, proprio davanti a me.
Torno a casa, e so che non farò mai niente del genere con un cane, ma ancora non so spiegarmi perché questa procedura non mi piace. Questo è successo anni fa, adesso conosco la risposta. So perché non ho mai usato questa procedura, e perché non la userò mai.
(Il recupero dei cani aggressivi)

Il cane è al guinzaglio. La vista di un altro cane, lo fa reagire emotivamente.
Il cane si allarma, orienta le orecchie, gli occhi, il naso, verso il cane sconosciuto. Si irrigidisce, la tensione muscolare è la manifestazione fisica dello stato emotivo di tensione. Il cane esibisce piloerezione, prima sul garrese, quindi alla base della coda, e se è davvero spaventato, su tutta la colonna. Il cane guarda il proprietario.
“Hai visto quel cane? Sei preoccupato anche tu? Cosa farai, adesso? Puoi aiutarmi? Dovremmo attaccarlo? Possiamo allontanarci, o tenerlo a distanza?”
“Guardami! Guardami! Ho un bocconcino! Ti darò un delizioso boccone, se mi guardi!”
Questa è semplicemente la risposta sbagliata. Significa che non stiamo neppure ascoltando il cane.
La risposta corretta dovrebbe essere:
“Si, ho visto il cane, e sono così potente e forte che lo terrò lontano da noi. Puoi sentirti al sicuro con me, lo prometto”.
(Un guinzaglio per due: la camminata consapevole)

Questo è come possiamo insegnare a un cane reattivo a affrontare la vista di un altro cane: ascoltando quello che ci dice, e dando risposte coerenti e efficaci.
Perché, allora, stiamo chiedendo al cane di guardarci in faccia, e pagando questo comportamento con del cibo?
Credo che un motivo sia soddisfare il nostro bisogno di sentirci al sicuro, di rimanere nella nostra zona di confort, e controllare il cane. Se il cane ignora l’altro cane, e ci guarda in viso, la sensazione è che possiamo competere contro l’ambiente, essere più importanti, per il nostro cane, di qualunque cosa e di chiunque. Questa è paura. Paura di perdere il controllo, paura delle reazioni aggressive dei cani, paura di essere giudicati come cattivi proprietari.
Smettete di avere paura.
Se non potete controllare le vostre emozioni, mettetevi in una situazione in cui riuscite a sentirvi al sicuro. Io uso un recinto, il proprietario e il cane sono dentro, il cancello è chiuso, e il cane è al guinzaglio. Se il cane reagisce alla presenza di un altro cane, il proprietario ha istruzioni di lasciar cadere il guinzaglio. Non voglio che il proprietario tenti di controllare il cane, neppure tenendo il guinzaglio in mano. Fate cadere il guinzaglio, lasciate che il cane corra verso la recinzione e faccia rissa con l’altro cane. Il cane probabilmente non ha mai avuto la possibilità di farlo, di vivere senza blocchi le proprie emozioni e di esprimere le proprie motivazioni. Adesso però il cane è alla rete, e voi vi sentite abbandonati. Sentite di aver perso il controllo. Vi sentite male. Non potete aiutare il vostro cane, se provate emozioni negative verso il vostro cane e voi stessi. Questo è il mio punto di partenza. Niente cibo, niente “Guardami”. Solo ascolto, di se stessi e del proprio cane, in un contesto sicuro.
(Gli occhi della paura)

Il secondo passo è insegnare al proprietario a guardare i “cattivi” comportamenti da una diversa prospettiva.
Primo: provare dispiacere per il proprio cane.
Un cane che reagisce alla sola vista di un altro cane, è solo spaventato. La paura non è niente che possiamo controllare. Non possiamo chiedere a un cane di smettere di provare paura. Ma possiamo fare in modo che il cane si senta al sicuro. Possiamo aiutare il cane a guardare l’altro cane, e sentirsi comunque al sicuro. L’unico modo in cui possiamo misurare quanto siamo stati efficaci in questo processo, è permettere al cane di guardare l’altro cane e di reagire.
Ricordo in modo molto nitido il momento in cui il mio border collie è stato in grado di guardare un altro cane senza entrare nella sequenza di allarme - rigidità - piloerezione - sguardo fisso ed duro - ringhio/abbaio. Ha visto un altro cane, ha guardato me, e mi ha detto “Posso farcela”. Ero così orgogliosa di lui.
Secondo: i “cattivi” comportamenti sono informazioni utili per capire le emozioni ele motivazioni dei cani.
Non abbiate fretta di cambiare il comportamento del vostro cane. Un “cattivo” comportamento è un nostro alleato, non un nostro nemico: ci aiuta a trovare buone risposte, e, alla fine, a diventare proprietari migliori.
(Provare empatia verso il cane: le trappole dell'empatia)
Non essere il problema del tuo cane
Puoi essere la soluzione al suo problema

Testo Alexa Capra, 10 gennaio 2018
Fotografie di Daniele Robotti 2018
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