C’è un male che affligge i proprietari, gli educatori, gli istruttori cinofili.
Il male si chiama “Risultato”.
Il risultato è quello che volete ottenere dal cane, in quel momento.
State camminando con il cane al guinzaglio, e volete che smetta di tirare.
State insegnando al cane a sedersi per avere la pappa, sedersi e rimanere seduto è il risultato.
Volete che il cane vi riporti e lasci la pallina, lanciare la palla e averla di nuovo in mano è il risultato.

Saltare un ostacolo è una attività che non dovrebbe essere insegnata prima della fine dello sviluppo fisico.
Perché un risultato è così importante?
Ma, soprattutto, che effetti ha non ottenere un risultato?
Negli anni ho spostato la mia attenzione dal cane agli umani. Ho iniziato a osservare le persone come osservo i cani. In un certo senso, i cani mi hanno insegnato a capire le persone. Non siamo affatto così diversi, a un livello più profondo, nelle emozioni e le motivazioni.
Ottenere un risultato IMMEDIATO non ha niente a che vedere con il cane.
Un risultato non significa aiutare il cane a capire, a fare meglio, a ottenere il cibo o la pallina e i nostri complimenti.
Un risultato significa soddisfare il nostro bisogno di avere successo.
Significa mettere a tacere l’ansia, l’insicurezza, la frustrazione, significa stare bene.
Avere successo, ottenere un risultato produce una sensazione di benessere talmente forte da essere più importante del motivo per cui vogliamo ottenerlo. Più importante anche del cane. E questo spiega, almeno in parte, l’uso dell’imposizione, la forza, la violenza. Non riusciamo a placare la rabbia fino a quando il nostro nemico (il cane), non si piega alla nostra volontà. Solo a quel punto ci sentiamo di nuovo bene.
Il bisogno di un risultato è più forte se abbiamo paura di perdere il controllo, se siamo in competizione, e se temiamo il giudizio di qualcuno. Tutto ciò che aumenta la sensazione di malessere causata dal fallimento, ci porta a vedere e volere solo quel risultato. Io sono stata quel tipo di persona, come proprietario, come educatore e come istruttore. Non ricordo quando ho smesso, ma ricordo quando ho capito il meccanismo che intrappola molti educatori.
Ed è stato grazie a una serie tv. Giudice Amy.
In un episodio, un uomo corteggia la madre di Amy, ma lei trova sempre un problema da risolvere che le impedisce di accettare un invito a cena. A un certo punto lui le racconta una storia. Io sono un imprenditore, e ho molti dipendenti. Ognuno di noi ha dei problemi da risolvere, la propria scimmia sulla scrivania. Ogni giorno qualcuno cerca di portare la sua scimmia sulla mia scrivania, e io ho imparato a impedirglielo.
Un cane considerato un problema è la scimmia del proprietario.
I proprietari tendono a scaricare addosso all’educatore la loro scimmia. Gli educatori, senza manco esserne consapevoli, si prendono la scimmia, e da quel momento il bisogno di ottenere un risultato diventa dimostrare di essere competenti. Di valere davvero qualcosa. Io mi sono svegliata da questo torpore, e ho imparato a lasciare ai proprietari le loro scimmie. Il mio ruolo è osservare, analizzare, interpretare, dare strumenti, non produrre risultati. Costruire un risultato è un lavoro del proprietario. La gente continua a scaricarmi addosso le proprie scimmie. Qualcuno viene a una conferenza e si aspetta che io gli mostri un procedimento che magicamente risolve il loro problema di ottenere un risultato. Io ti do informazioni, conoscenza, strumenti. Ascoltare, capire, interiorizzare, provare, è il tuo lavoro.
Immaginate di poter guardare il cane adesso, di poterlo guardare mentre insieme lavorate per ottenere il vostro risultato, e di poter vedere il risultato. Se volete smettere di dipendere dal risultato per stare bene, se volete vedere il cane, concentratevi sul percorso, non sulla meta. E’ tutto qui.

Sonne mi riporta la pallina (ogni tanto!)
Ho una giovane bouledogue, Sonne. Quando aveva 4 mesi ha iniziato a giocare con gli oggetti. Io lanciavo, lei correva, prendeva e correva via. Non le ho mai chiesto di tornare da me, o di riportare qualcosa. Non ho mai usato cibo, un secondo giocattolo, e non mi sono sperticata in complimenti. Adesso ha 10 mesi. Se le lancio qualcosa, va, lo prende, corre da me e mi salta addosso per farmi giocare ancora. Il risultato non è mai stato nei miei pensieri, ma nel percorso fatto insieme, le informazioni che Sonne ha ricevuto sono state coerenti e efficaci al punto da produrre un riporto.
C’è un male che affligge i cani, e si chiama “risultato”.
Voi volete che il cane non tiri al guinzaglio.
Per molti proprietari, e tristemente anche per molti addestratori, questa è una condizione sufficiente perché il cane smetta di tirare al guinzaglio. Non lo devi fare perché io non voglio che tu lo faccia. Lo devi fare perché io voglio che tu lo faccia.
Questa ansia di vedere un risultato nell’immediato cancella del tutto il cane come individuo. Il cane non ha più il diritto ad avere proprie emozioni e motivazioni. Non è importante perché il cane sta tirando al guinzaglio, non fa parte dell’equazione io lo voglio = tu lo devi fare. Un cane potrebbe aver bisogno di un diverso contesto, di altre informazioni, di tempo per capire, di un motivo per cambiare, di uno stato emotivo differente, di risolvere difficoltà e conflitti che in apparenza non riguardano quella situazione e quel risultato.
La nostra mente tende a iper semplificare la realtà, in modo da non dover elaborare informazioni troppo complesse. Il cervello brucia molte energie, e semplificare è un modo per andare al risparmio. Per semplificare, e per giustificare quello che facciamo, è comune (e comodo), ignorare il punto di vista del cane. Non mi riferisco esclusivamente all’uso di coercizione. Anche dare cibo per ottenere che il cane ci stia vicino quando è al guinzaglio significa non lasciare spazio al cane, non permettergli di esprimere chi è in quel momento, come si sente e cosa vuole.
Un risultato che rispetta il cane è costruito dando informazioni, motivazioni, e lasciando che sia il cane a scegliere. Vi sale l’ansia solo al pensiero che il cane possa avere il diritto di scegliere, vero?
Si chiama “avere bisogno di vedere un risultato”. La buona notizia è che è un male da cui si può guarire...

Alexa Capra, 17 maggio 2020
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