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Ogni cane che incontro mi insegna qualcosa. Ma ci sono cani che più di altri mi costringono a lavorare sodo, a farmi domande, a crescere.
Sugar è uno di questi.

Mi ha insegnato che la vita ti può mandare in pezzi e che mentre ancora cerchi di capire cos’è successo ti ritrovi perso, senza armi per combattere. Mi ha insegnato che gli occhi ti guardano e ti dicono che tu non devi aver paura, perché di paura ce n’è già così tanta in lui.
Che il corpo la bocca le zampe i denti fanno cose che gli occhi e il cuore gli dicono di smettere, ma che non ce la fa.
Mi ha insegnato a guardare, sempre. Davvero.  A non distrarmi, a non andare dritto per una strada pensando sia giusta, perché magari non lo è. Mi ha insegnato a fermarmi, pensare, cambiare. Senza fermarci, senza mollarci.

Ho conosciuto Sugar un giorno freddo di febbraio. Sono andata con Simona (la responsabile di Melampo, il canile dove Sugar vive da circa 5 anni, nonché sua migliore amica) nel suo recinto. Davanti a me c’era un pit bull biondo e stupendo di quasi 11 anni. Mi ricordo che Simona mi ha detto “Sugar è un cane meraviglioso, ma complicato”. Che le sarebbe piaciuto se avessi potuto lavorare un po’ con lui.

giocare con un pitbull

Un pit. Che problema c’è.. sono quella dei bull terrier in fondo, sono pronta, sono preparata per lui.

Quanto mi sbagliavo. Quel giorno ho capito che prima di pensare, bisogna ascoltare. Sono entrata in recinto con il clicker nella mano e i premi in tasca, con tutta l’arroganza che poteva esserci in quella semplice intenzione. E Sugar mi ha urlato con tutta la sua forza “chi sei cosa vuoi vai via. Qui con me non ci stai”. E me lo urlava come sapeva, come poteva: mi montava, cercava di mordermi, a volte davvero senza riuscire a controllarsi. Mi voleva li con lui, ma non sapeva come fare a tenermi con se.

Ho avuto le gambe piene di lividi per un mese. Sono sempre riuscita a non farmi mordere, quello non potevo permettermi di farglielo affrontare. Per un mese sono stata li con lui e lo facevo urlare: non mi avrebbe persa per quello.
Una parte fondamentale di quello che il GT mi ha insegnato è che ognuno deve essere quello che è, sempre, anche quando fa male. E io volevo che lui fosse se stesso, volevo conoscerlo perché solo conoscendolo potevo capire come aiutarlo.

vivere con un pitbull

E abbiamo iniziato a parlarci, a giocare, a stare bene insieme.

Pensavo fosse fatta. E invece no.. Stavamo bene? Apparentemente si, in effetti. Uscivamo a guinzaglio, lavoravamo con il clicker, giocavamo con la pallina, giocavamo con la piscina e l’acqua. E mi stavo incastrando in una relazione fatta comunque di barriere. Quelle barriere che tanto usava lui all’inizio, le avevo portate io nel nostro rapporto.

Me ne sono accorta un giorno in cui sono entrata un attimo in recinto per prendere una cosa. Non si aspettava che non avessi niente per lui, niente da mettere in gioco per avere una relazione. Ed è crollato.
Ho passato i giorni seguenti a infilarmi in un tunnel fatto di scappatoie: uscivamo e portavo un gioco, così se crollava e mi montava avevo qualcosa con cui distrarlo. Entravo da lui e gli proponevo subito qualcosa da fare, prima che si trovasse perso.
Lo facevo e ne ero distrutta. Come potevo averci portato entrambi in questo equilibrio così precario? Come potevo sopportare di prenderlo in giro? (L'apprendimento come esperienza di relazione)

vivere con un pitbull

Allora mi sono fermata a pensare. A chi sono io, a chi è lui. A cosa volevo per noi. E quello che voglio è sincerità, verità. Non voglio filtri, non voglio barriere.  E un giorno sono andata a dirglielo. Sono entrata in recinto senza niente, senza giochi, senza cibo, senza barriere. Gli ho detto ciao. Ricominciamo da qui: siamo solo io e te. Fidati di me, prometto che io mi fiderò di te.
E l’abbiamo fatto, piano piano abbiamo iniziato a camminare insieme e ad essere finalmente sinceri l’uno con l’altra. Ci siamo fidati e abbiamo iniziato davvero ad essere amici.

Sugar mi ha insegnato che ci vuole tempo per entrare, che bisogna prendersi il tempo per conoscersi e anche per sbagliare. Che se serve urlare, allora urliamo. Mi ha insegnato che poi arriva il giorno che ci stendiamo al sole e ci coccoliamo, come se non ci fosse cosa più normale al mondo. Senza fare niente. Senza cibo. Senza giochi. Senza barriere. Solo noi due, a pancia in su a farsi grattare le cosce come fossimo “normali”.

come educare il pitbull

Testo e fotografie di Clara Gregori, 27 dicembre 2016
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